In realtà l’origine del vermouth è antichissima e decisamente vaga. Già greci e romani consumavano una bevanda simile, un vino aromatizzato con varie spezie, perfino con miele; ce lo conferma Ippocrate che ne era un amante. Quindi la tradizione del vermouth è vecchia come i vizi degli uomini praticamente, anche se una bevanda dal nome simile si può ritrovare in Germania circa dal 1500, quando soprattutto per occasioni speciali veniva degustato un vino dolce e aromatico che chiamavano wermouth.
Doverosa parentesi sulla grafia: noi useremo la variante francese, ovvero vermouth, ma le grafie diffuse sono vermut, vermutte, vèrmot (in piemontese).
Nonostante la sua antica e indefinita origine, il vermouth nasce ufficialmente, con una ricetta poi quasi invariata, a Torino, nel 1876, per opera di Antonio Benedetto Carpano. Sua la scelta del nome, che riprende proprio il tedesco wermut, termine che raffigura l’artemisia maggiore.
Ecco, ma perché il vermouth ottenne tanto successo in un tempo relativamente breve? Il motivo è, oltre che di gusto, prevalentemente pratico. L’idea geniale dietro al vermouth era infatti quella di produrre un vino liquoroso (super in voga tra ‘700 e ‘800), utilizzando però vini giovani ad alta gradazione, sfruttando l’addizione di erbe aromatiche; un procedimento che accelerava la produzione e abbassava i costi.
Il fatto di costare spesso meno di altri vini, comunque considerati d’alta classe, aprì presto al vermouth la strada dei cocktail. La prima volta che si parla di cocktail è il 1806, sulle pagine del Balance and Columbian Repository, in cui si dice: « Il “Cocktail” è una bevanda stimolante composta da superalcolici di vario tipo, zucchero, acqua e amari». All’origine del termine “cocktail”, lunga e complessa, dedicheremo un approfondimento specifico…
Fatto sta che il vermouth, per costo e caratteristiche proprie, divenne fin da subito ingrediente ideale dei primordiali cocktail, soprattutto nel vero “laboratorio storico” della mixology, ovvero i lussuosi transatlantici usati per attraversare l’Oceano dalla Gran Bretagna fino agli Stati Uniti, spesso teatro di incredibili bevute e annessi esperimenti.
Cambiavano gli altri addendi, ma il vermouth c’era sempre, anche a Firenze quando, agli inizi del ‘900, venne creato un cocktail destinato a cambiare la storia: il Negroni. Ricetta: vermouth rosso, bitter Campari, gin. Un mito in bicchiere che ha poi conosciuto decine di varianti (la più celebre lo “sbagliato”) e che oggi è ufficialmente il cocktail più bevuto del mondo.
Il 22 e 23 febbraio torna a Torino il Salone del Vermouth, al Museo del Risorgimento, un’occasione unica per degustare vermouth e altre storie di questo tipo, chiacchierando con il gotha dei produttori di un prodotto torinese e leggendario.
