Progettare il futuro è nel DNA di Torino. Lo ha fatto nel XVI/XVII secolo, quando da borgo è diventata capitale del ducato, e tutti i nobili piemontesi e savoiardi sono accorsi a costruire i loro palazzi per vivere accanto al principe; l’ha fatto all’inizio del XVIII secolo, quando Vittorio Amedeo II l’ha trasformata in capitale reale e Filippo Juvarra ne ha illustrato artisticamente il nuovo rango; l’ha fatto dopo il 1848, quando è diventata il faro liberale in una penisola assolutista e conservatrice. E l’ha fatto a fine Ottocento, quando, persa la centralità politica, si è reinventata capitale industriale.
Quest’ultimo progetto nasce da un avvenimento premonitore: l’Esposizione del 1884, la prima grande esposizione italiana. Il 26 novembre 1881 l’industriale Angelo Rossi e l’avvocato Baldassarre Cerri, riuniti con alcuni amici nella sede della Società Promotrice, decidono di organizzare un’esposizione che offra un’immagine complessiva dell’Italia del lavoro e della produzione, e che, contemporaneamente, apra finestre sulle esperienze dei Paesi europei più progrediti.
Il reperimento dei fondi è fatto con il meccanismo delle sottoscrizioni private, cui si aggiungono i contributi pubblici. Tommaso Villa, chiamato a presiedere il Comitato esecutivo, si mette all’opera, e il luogo scelto per la manifestazione è il Valentino, su una superficie di 440mila metri quadrati.
La realizzazione è rapida: scartata l’idea di costruire edifici permanenti (con l’eccezione del Borgo Medievale), il Comitato progetta strutture in legno, rivestite di stuoie e gesso sagomato. Il 26 aprile 1884 si inaugura, con migliaia di espositori (di cui 223 stranieri). Tra gli edifici spiccano la Galleria del lavoro, in cui sono ospitati gli espositori del settore metalmeccanico; la Galleria delle industrie manifatturiere, dedicata ai settori produttivi; la Galleria delle industrie estrattive, delle industrie agricole, della marina; e poi la Galleria dell’arte musicale, il Padiglione delle Belle Arti, il Padiglione Reale.
L’aspetto più innovativo è tuttavia la Mostra dell’Elettricità, il nucleo tecnologicamente più importante, cui ha dato impulso Galileo Ferraris. Se appena qualche anno prima l’elettricità era presentata come fenomeno curioso, a Torino viene proposta come la realtà sulla quale costruire il futuro. A dimostrarlo ci sono il faro che dall’alto della stazione ferroviaria illumina l’intera via Roma, l’illuminazione elettrica della Galleria Subalpina, le centinaia di lampade installate all’interno del recinto espositivo. Ma elettricità significa anche energia, ed ecco la ferrovia elettrica che collega la stazione all’ingresso dell’Esposizione.
Il risultato immediato sono tre milioni di visitatori: il lascito culturale è l’attitudine a guardare avanti e fare delle nuove tecnologie il motore della produttività cittadina.