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di Guido Barosio

Tribù metropolitane

Torino, 20 maggio 2020

Anticamente si usciva dai conflitti compatti e allineati. La presenza di un nemico, ma soprattutto la sconfitta di un nemico, cementava le comunità. Certamente i torinesi divennero ‘più torinesi’ dopo l’assedio delle armate francesi nel 1706, ma anche dopo la fine della seconda guerra mondiale. Oggi si percepisce che non è più esattamente così, le metropoli dell’Antropocene hanno da tempo ripreso ad ospitare le tribù, numerose tribù. Troppo grandi le città per mettere tutti d’accordo, meglio abitarle per fazioni, sovente ostili, aggregate tra loro per interessi e passioni, qualche volta alleate di fronte ad un nemico comune, ma giusto per il tempo necessario. Torino, ordinata per definizione, da due secoli ha stabilito regole, confini e almanacchi: tribù religiose (confraternite e associazioni assistenziali), politiche (l’età aurea del vecchio PCI), calcistiche (granata e bianconeri), studentesche (fu la capitale della goliardia) e ancora culturali, massoniche, professionali, artistiche, musicali, per arrivare alla new wave giovanile degli Anni Novanta.

Il nemico alle porte ci ha resi compatti nei comportamenti ma diversificati nelle reazioni. E sono anche nati nuovi neologismi

Torino è la capitale europea delle tribù, ma con quel pizzico di understatement sabaudo che un po’ rivela e molto ‘stermà’ (nasconde nella nostra lingua). Negli ultimi mesi, dove siamo rimasti segregati come in un saggio di Chomsky o della Arendt, il palmares si è assai arricchito. Il nemico alle porte ci ha resi compatti nei comportamenti ma diversificati nelle reazioni. E sono anche nati nuovi neologismi identificativi: i restoacasisti (non si esce neanche fosse possibile), i divanisti (non si esce, però non è niente male), i tuttifuoristi (si esce anche se non c’è bisogno, tié), i mascheristi (quelli che nascondono il volto anche a casa propria). Poi ci sono i nuovi ruoli parapolizieschi, come gli sceriffi da balcone. Ognuna di queste tribù si è dotata del proprio grido di guerra: ‘c’è troppa gente in giro’, ‘se uscite arriva la seconda ondata (anche la terza e la quarta)’, ‘il vaccino è uno strumento di controllo, le app pure!’, ‘il vaccino non serve a niente, il plasma sì’, ‘il plasma è inutile, viva il vaccino’, ‘i numeri sono tutti falsi, arriva l’apocalisse’, ‘guarda i numeri che ti faccio uscire a calci’, ‘esci, esci e poi vedrai’. A me viene da ridere, ma anche un po’ di tristezza.

Da torinese doc preferivo le tribù di una volta, magari quelle che resistono nel tempo come i mod. Il loro accampamento è in piazza Statuto e ci veniva anche Ezio Bosso, il magnifico musicista che ha incantato il mondo, un torinese che forse non abbiamo saputo amare abbastanza. Lui ci diceva che l’Europa è come un’orchestra, funzionava solo suonando insieme. Se le tribù metropolitane si perdono in se stesse e ignorano la propria città il futuro è un azzardo. In ogni conflitto subito si comprende che non si è perso, ma per capire che si è vinto servono anni. E tutte le tribù insieme, come nel 1706 e nel 1945. Perché è tra diversi e coesi che la città diventa progetto.