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#iosonotorino

di Guido Barosio

Una casa fatta di libri

Torino, 14 aprile 2020

Voi vi ricordate qual è il primo libro che avete letto? E quando è diventato vostro? Io si, e adesso lo vado a prendere, sesto scaffale della libreria vicino alla porta. Quel primo tesoro ha per titolo ‘Kpo la pantera’ di René Guillot, autore francese giramondo. In copertina c’è, appunto, la protagonista: una pantera disegnata da Italo Zetti. Fu quella immagine, che campeggiava nella cartoleria di via Delle Rosine, a farmi stringere forte la mano di mia cugina Graziella. Era il 1965, avevo sette anni. Quando si parla di lettura si usa correttamente il termine ‘immersione’, perché il resto del mondo rimane fuori: rumori, voci, ambienti, persino il virus cattivo che non ti fa uscire.

Immergersi in un libro vuol dire percorrere un sentiero: colui che ha scritto, spesso un uomo d’altri tempi, ci ha lasciato stanze, corridoi e paesaggi che noi torniamo ad abitare sentendo la sua voce

Immergersi in un libro vuol dire anche percorrere un sentiero nella mente di qualcun altro: colui che ha scritto, qualche volta vivente, più spesso un uomo d’altri tempi che ci ha lasciato stanze, corridoi e paesaggi che noi torniamo ad abitare sentendo la sua voce. Guillot fu la prima di tante magie, e più di altre decisiva. Imparai ad amare i viaggi, l’esotico, l’avventura e i felini. Più avanti giunsero altri incantatori, ma non sempre maestri celebrati. Certo, non sarei il medesimo senza aver letto Pirandello a 14 anni, quando a scuola non ne azzeccavo una, italiano a parte. Oppure ‘Il deserto dei Tartari’, portato fieramente alla maturità. Altri autori determinanti sono, diciamo così, ‘di genere’. Il più amato, in modo furibondo, ai tempi delle medie, Peter Kolosimo, indagatore di archeologia fantastica e di misteri ben assortiti, convinto assertore degli sbarchi UFO sul Musiné. In parallelo Ceram con ‘Civiltà sepolte’, il mio primo Einaudi, con quella bel dorso aranciato che si è moltiplicato negli anni in biblioteca.

La mia Torino ha due architetture parallele: quella dei palazzi e quella dei libri. I libri degli altri, che vorrei tutti, ed i miei: ormai un rebus urbanistico prima che culturale, scaffali, colonne, costruzioni degne di Piranesi ma fatte di carta. L’ultimo che sto leggendo? In queste notti insonni mi aggrappo a Farinetti e al suo ‘Un delitto fatto in casa’: il mondo rassicurante di un noir tra Nizza e Piemonte, descrizioni minuziose e personaggi di prossimità, medicina notturna, strumento che distoglie e completa la giornata.

Perché al libro chiedi anche questo, soprattutto quando Torino, stanca, si addormenta.