Torino, Estate 2023
Torino sembra il posto ideale per discutere di intelligenza artificiale. Perché, a ben pensarci, qui c’è un giacimento di conoscenze sedimentate nei decenni che sono state decisive per far nascere ChatGPT e i suoi fratelli. Se l’intelligenza artificiale provasse emozioni, avesse un cuore, verrebbe in pellegrinaggio da queste parti ogni anno, una specie di viaggio della gratitudine. Andrebbe certamente a Ivrea, alla Olivetti, dov’è nato il primo personal computer del mondo. Andrebbe in via Jervis, agli uffici della ICO, a respirare l’aria della fabbrica dell’innovazione dell’ingegner Camillo e di suo figlio Adriano. Sentirebbe un’aria di casa. Quello è uno dei luoghi del mondo in cui si provava il piacere di spingersi oltre il limite, di osare quel che nessun altro aveva immaginato di osare. Il viaggio della nostra amica AI proseguirebbe poi a Torino, periferia nord. Andrebbe in via Reiss Romoli e scoprirebbe la torre dello CSELT, 75 metri di altezza per ospitare in cima uno dei più sofisticati laboratori per telecomunicazioni al mondo. Farebbe fatica a rintracciare oggi, nei capannoni costruiti ai piedi della torre, il luogo in cui venne realizzato il primo collegamento a fibra ottica, il laboratorio dove venne creato lo standard MP3, le aule dove nacque il primo sistema di riconoscimento vocale e traduzione dalla parola alla scrittura e viceversa. Di tutto ciò resta poco. Ma si capisce che quello doveva essere un luogo di innovazione anche dai nomi delle vie circostanti: Arrigo Olivetti, Enrico Fermi, Giulio Natta.
Non ci sono i nemici fuori dalle mura pronti a carpire tutto ciò che di geniale nasce in questi luoghi
Il pellegrinaggio potrebbe proseguire al CSI di corso Unione Sovietica, il consorzio per la pubblica amministrazione che iniziò a studiare l’intelligenza artificiale quasi quarant’anni fa, nel 1984. E poi al Politecnico, al Centro Ricerche Fiat, ai laboratori spaziali di Leonardo in corso Francia, al Comau dove si realizzano i robot di avanguardia. Insomma, da queste parti l’AI avrebbe da percorre una lunga processione. E scoprirebbe, alla Olivetti e all’ex CSELT, ma non solo, che questa città è molto intelligente nel creare ma anche molto operosa nel distruggere. Verrebbe ora da ripetere la triste giaculatoria di tutto ciò che è nato qui ed è finito altrove. In realtà è proprio nella frase tipica di queste lamentazioni che sta la chiave del problema: “ci hanno portato via”. Non è necessaria un’intelligenza straordinaria per capire che si tratta di una frase inutilmente consolatoria. C’è più sovente una classe dirigente inetta, incapace di visione, affascinata dallo sguardo corto del giorno per giorno, che preferisce investire sull’oggi invece di coltivare la prospettiva. La storia dei fallimenti torinesi (non piangiamoci addosso: non tutte le eccellenze se ne sono andate, anzi) è come l’AI: è lo specchio di ciò che abbiamo fatto. L’intelligenza artificiale non crea, mette in ordine quel che abbiamo creato noi. Prendersela con lei è in fondo come prendersela con noi stessi, comportarsi come le principesse che distruggono gli specchi perché dimostrano che sono brutte. Se nel corso dei decenni il gruppo dirigente è riuscito a trasformare l’azienda che ha inventato il personal computer in un triste call center, la responsabilità non è dei brand americani che sono diventati leader nel mercato dei laptop. Se i laboratori che hanno inventato la fibra ottica (la prima città al mondo con un collegamento in fibra è stata Torino) sono stati venduti con il metodo dello spezzatino, la responsabilità è dei vertici della società che non hanno capito ciò che stavano distruggendo. Le aziende, anche quelle torinesi, sono vittime della logica degli amministratori delegati. Che quasi sempre (con la rara, vistosa, eccezione di un visionario che ci ha lasciati cinque anni fa) mirano a far quadrare i bilanci e non si curano delle prospettive. La responsabilità non è loro: è degli azionisti che li hanno scelti e che delegano ai manager tutte le scelte, anche quelle di prospettiva. Non c’è scampo: la parabola di Olivetti e CSELT dimostra inequivocabilmente che nel futuro non dobbiamo temere l’intelligenza artificiale. Per distruggerci basta e avanza la stupidità naturale.
