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La città e il suo futuro

di Paolo Griseri

L’identità che ci accompagna

Torino, Primavera 2024

Nella difficile transizione di Torino, quando non si sa se continueremo ancora a costruire automobili, o se saranno cinesi, l’unica certezza è che dobbiamo cavarcela da soli. Dobbiamo imparare, a dispetto di tradizioni secolari, a diventare una città più laica, meno devota a questo o a quello, dobbiamo vivere senza rete, imparare a rischiare. Non è la prima volta che accade a Torino. È successo in tutte le occasioni in cui abbiamo dovuto cambiare volto. Ci siamo riusciti quando lo abbiamo fatto con passione, cercando nuove identità. Ma per raggiungere lo scopo di una rinascita, oggi indispensabile, dobbiamo scrollarci di dosso i difetti che sono il contrario di identità e passione: il cinismo e la rassegnazione. Quell’orribile abitudine a smontare ciò che abbiamo costruito senza proporre nulla in cambio delle macerie. Ma al contrario compiacersi di quelle macerie come fossero la dimostrazione della nostra orgogliosa autonomia e non la prova palese della nostra incapacità a credere nel futuro. In almeno tre recenti occasioni Torino ha dimostrato la passione necessaria a superare le difficoltà. La prima è certamente quella dei Giochi del 2006, quando la passione era addirittura nel logo dell’Olimpiade. Il successo di Torino 2006 non era affatto garantito. La fiaccola olimpica era arrivata dopo mesi di polemiche, tira e molla sui finanziamenti, gravi problemi occupazionali. Ma la città, tutta la città, ha saputo trovare la passione necessaria a presentarsi puntuale all’appuntamento.

Dobbiamo scrollarci di dosso i difetti che sono il contrario di identità e passione: il cinismo e la rassegnazione

Il secondo momento in cui la passione ha fatto vincere Torino è stato durante il braccio di ferro con Milano per il Salone del Libro. Le lunghe code sul piazzale del Lingotto di fronte alle biglietterie della manifestazione sono state l’immagine simbolo di una città che non accettava di vedersi sfilare una kermesse che aveva costruito in decenni. Ed è stata anche l’immagine di un’alleanza non scritta tra Torino e il resto d’Italia, accorso al Lingotto per dire no a un’operazione che rischiava di trasformare la città dei libri in una sorta di Fashion Week della cultura. La terza volta in cui Torino ha dimostrato di poter vincere con la passione è stata la manifestazione a favore della TAV. Non tanto e non solo per il fatto di avere appoggiato un progetto su cui ognuno può avere l’opinione che ritiene, ma per aver dimostrato che non è con la religione della decrescita che la città avrebbe potuto cavarsela. E che, al contrario, solo pensando in grande Torino si può salvare. In tutto questo che cosa c’entra l’identità? C’entra perché in ogni crisi Torino ha saputo uscirne creandosi un nuovo volto che comprendesse il suo passato e lo proiettasse sul futuro. Se l’identità non è pura e narcisistica mistica di ciò che fu, ma è invenzione di ciò che si potrà diventare, allora si trasforma in una spinta formidabile. Negli anni Sessanta Torino ha raddoppiato la popolazione. Lo ha fatto in modo tumultuoso e disordinato, con gravi problemi sociali. Ma è diventata una nuova città, nata dall’incontro-scontro tra famiglie piemontesi e del Sud, e ha costruito su questo il suo nuovo volto. Accadrà inevitabilmente così anche con la nuova immigrazione extracomunitaria. Perché una delle identità di Torino è quella di saper integrare, trasformando le diversità in sviluppo. Non senza problemi, naturalmente. Scommettendo sul suo DNA che è quello di saper dare regole e farle rispettare a tutti, autoctoni e newcomers. Non sempre ci riesce ma, di norma, accade meglio, molto meglio, che nelle altre città. Anche questo è identità.

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