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La città e il suo futuro

di Paolo Griseri

Una Torino “per giovani” è ancora possibile

Torino, Speciale Territorio 2024

Torino è una città giovane? Ufficialmente no: è anzi un luogo dove gli anziani sono in crescita continua da decenni e dove interi quartieri rischiano l’invecchiamento definitivo, perché l’inevitabile mortalità degli ultra settantenni non viene sostituita, se non in quote minime, dalle nuove generazioni. Tutto ciò ha generato allarmi di ogni tipo, con le immancabili profezie di decadenza senza scampo della città. Potremmo consolarci con le più raffinate anatomie della catastrofe, decidere che mai e poi mai torneranno i fasti del Novecento torinese e ritirarci, chi può, in un confortevole appartamento vista mare a Ospedaletti, e lì coccolarsi nella meravigliosa nostalgia del tempo perduto predicendo il dissolvimento di Torino. C’è un’alternativa a questa moda del cupio dissolvi? Forse sì. Si possono tentare strade che servono a rendere la situazione meno deprimente. Il primo accorgimento è quello di guardare bene i numeri. Per scoprire due cose: la prima è che Torino non è uniformemente vecchia; la seconda è che in molte parti la città è anzi momentaneamente giovane. Non è vecchia Torino Nord, perché è l’area dove più forte è stato l’arrivo degli immigrati. E, per quanto la seconda generazione tenda a fare meno figli, è evidente che il tasso di giovani nelle famiglie dei magrebini, dei rumeni e dei sudamericani è superiore a quello dei nativi. Chi non considera gli immigrati dei veri torinesi dovrà farsene una ragione: nell’800 anche il chierese don Giovanni Bosco era considerato un immigrato.

 È solo rompendo l’inerzia che favorisce i residenti con i capelli grigi che si riesce ad attrarre i giovani

Poi gli immigrati sono stati i veneti. Poi i pugliesi, poi i marocchini e i rumeni, poi i peruviani. Si dirà che per i magrebini la vera differenza è la religione. Non dimentichiamo che l’Unità d’Italia l’hanno fatta i dirigenti massoni dello Stato Sabaudo, e che la chiesa cattolica ha impedito ai fedeli di votare nello Stato unitario. Integrare queste culture non è stato facile, ma alla fine la città ci è riuscita. Il secondo aspetto è quello della giovinezza momentanea di alcune aree della città. Sono quelle abitate dagli studenti fuorisede: alcune decine di migliaia, una fetta significativa dei 120mila studenti degli atenei torinesi. L’impegno della città dovrebbe essere quello di trattenerne il più possibile, perché l’immigrazione dei giovani cervelli è uno dei fattori di sviluppo più importanti. Per avvicinarci all’obiettivo occorre aumentare le agevolazioni fiscali e gli sconti per studenti e giovani. Si è fatto molto ma si potrebbe fare di più. Per i partiti politici non è un percorso facile: la maggior parte degli elettori appartiene alla popolazione anziana, e rende di più aprire una nuova RSA che un residence per universitari. Ma è solo rompendo l’inerzia che favorisce i residenti con i capelli grigi che si riesce ad attrarre i giovani a Torino. Naturalmente tutto questo non basta. Una città per giovani, come diceva Domenico Carpanini, è una città dove vale la pena crescere i nostri figli. E dove, naturalmente, vale la pena farne. Avere i servizi necessari è essenziale, come avere collega menti che rendano la città più raggiungibile e dunque appetibile. Ci vorrà molto tempo, ma non è un’impresa impossibile. Certo sarebbe molto utile ridefinire i confini di Torino: comprendendo i comuni dell’hinterland (che hanno una popolazione simile a quella della città), in cui l’età media è più bassa del capoluogo. Una città unica di un milione e mezzo di abitanti, meno ancorata alle esigenze della popolazione anziana, potrebbe diventare davvero un posto per giovani.

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