Torino, Estate 2024
Nel 2017 il Museo Egizio commissionò all’Università uno studio sulle ricadute economiche del flusso dei visitatori sulla città. Sui giornali lo chiamammo, un po’ scherzosamente, lo studio sul PIL delle mummie. Si rideva ma il risultato fu sorprendente: il flusso dei turisti nel palazzo dell’Accademia delle Scienze produceva in un anno ricadute per 187 milioni di euro. Era il 2017 e il museo stava diventando una meta turistica importante perché nel 2015 erano stati realizzati lavori di profonda ristrutturazione delle sale, quelli, per capirci, che hanno portato nei sotterranei la parte delle biglietterie. Poi c’è stata l’interruzione del Covid, ma dopo la pandemia il flusso dei visitatori è tornato ad aumentare e aumenterà ancora, perché i lavori di ristrutturazione di quest’anno sono fatti proprio per aumentare il numero delle sale.
C’è ragione di credere che oggi il PIL delle mummie sfiori i 400 milioni. Poi ci sono gli altri musei della città. Basterebbe questo aneddoto a convincere anche i più recalcitranti di quanto sia ormai importante l’industria della cultura a Torino. Sembrano ormai lontani i tempi delle discussioni oziose che mettevano in alternativa lo sviluppo della manifattura torinese con quello della cultura e del turismo. In tutto il Piemonte, ha ricordato il governatore Alberto Cirio, gli addetti dell’industria culturale sono circa 20.000 e producono il 3,5 per cento del PIL regionale. Come tutte le industrie anche quella della cultura ha bisogno di continui investimenti.
Ha suscitato polemiche la scelta dell’amministrazione comunale torinese di ridurre i fondi alle associazioni di 1,7 milioni per concentrarsi sul progetto biblioteche, che ha il suo cuore nella ristrutturazione del palazzo Nervi di Torino Esposizioni, nuova sede della Biblioteca civica. Un’operazione ambiziosa che si propone di riqualificare contemporaneamente tutto l’asse del Po dal Valentino alle Vallere.
Per Caselle basterebbe un quarto d’ora invece degli attuali 31 minuti. Il tempo è denaro, come la cultura
Scopriremo solo a fine lavori, si annuncia a giugno 2026, se e come la scommessa sarà stata vinta. Il messaggio che viene dall’esperienza degli ultimi anni è che l’offerta culturale, al pari di qualsiasi altro prodotto, per rendere va continuamente aggiornata e rinnovata. E messa in rete. Quindi non solo i musei, ma anche le ATP Finals, nella speranza che vengano prorogate. E poi gli appuntamenti di “turismo alternativo”, quelli di arte contemporanea, in cui la città si è guadagnata un ruolo internazionale, e il Kappa FuturFestival, di fama mondiale nella musica elettronica.
Che cosa si potrebbe fare di più? Collegare meglio Torino. Senza infrastrutture anche la cultura soffre. Basta chiedere ai ristoratori del centro storico per scoprire l’effetto immediato e consistente che ha avuto sul loro giro di affari il ritorno di Ryanair a Caselle. Il treno veloce Malpensa-Caselle-Torino potrebbe avere un impatto molto maggiore. Così come il collegamento ferroviario veloce tra Torino e Nizza attraverso il Mercantour. Progetti futuribili, certo, ma forse l’unica strada, insieme alla conclusione della Torino-Lione, per far uscire la città dall’isolamento. Insomma, abbiamo per le mani un pacchetto considerevole di offerte turistiche e notevoli possibilità di sviluppo. Il PIL della cultura e del turismo torinese potrebbe svilupparsi ulteriormente. A patto che a ogni cambio di orario stagionale le ferrovie non penalizzino i collegamenti della città. Anche nelle piccole cose: è incredibile che ancora oggi non ci sia un collegamento diretto, senza fermate intermedie, tra Porta Susa e Caselle. Basterebbe un quarto d’ora invece degli attuali 31 minuti. Il tempo è denaro, come la cultura.
