Esistono piatti che sono più forti del tempo, delle invasioni, dei muri che crollano, delle colonizzazioni, degli innesti, perfino della morte. Piatti resistenti come l’anima di chi li ha creati e che in qualche modo, tra un assaggio e un capitombolo, arrivano fino a noi. Come quelle foto in bianco e nero che restano mezzo secolo in una scatola e quando escono fuori sembrano uno strano mix tra un fossile e un highlander.
Per una coincidenza, che coincidenza non è, questi piatti c’entrano spesso con il pane, forse l’alimento più atavico e umano possibile, che dà gusto e soprattutto spazio a differenti condimenti. “Largo alla creatività!”, oppure, “largo a ciò che abbiamo!”, sembra dirci ogni volta il pane, ed è il suo bello. Oggi però di che parliamo? Di arepas.
Anzitutto, cosa sono le arepas? L’arepa è una sorta di piccola focaccia in origine a base di farina di mais, tendenzialmente di forma circolare, tipicissima del Sud America, e in particolare di Venezuela, Colombia e Bolivia. La si può condire in diversissimi modi, gli ingredienti più gettonati sono prosciutto, formaggio, fagioli, uova… e a noi ricordano il famoso 5e5 livornese, quello di Gagarin, delle 5 lire + 5 lire, della cecina nel panino, simbolo di una certa Livorno che ancora sopravvive. E ce lo ricorda non solo per il formato da panino o la farina di mais, ma perché simbolo di uno spirito libero e mai domo.
Lo diciamo perché l’arepa ha nel suo DNA una caparbietà riscontrabile davvero in poche altre ricette. Scrive lo scrittore e storico venezuelano Mariano Picón Salas: «I colonizzatori in arrivo dovettero abituarsi a mangiare le “arepas” o ibridarle con altri piatti della loro tradizione culinaria». L’arepa, presente nel Mar dei Caraibi da non si sa bene quando (ma da ben prima dell’arrivo degli spagnoli), diventò nel tempo anche di farina, introdusse condimenti più “nobili”, ma in fondo non cambiò mai. E tutt’ora, a distanza di secoli, è ancora uno dei piatti preferiti in vaste regioni dell’America del Sud.
Dove si mangiano le arepas a Torino? Due consigli: un indirizzo colombiano e uno venezuelano.
Partiamo da quello più “ristorante”, ovvero Caribbean Bistrot in via Madama Cristina 80. Qui ovviamente non si mangiano solo arepas, ma questo simpatico locale in San Salvario è un vero e proprio viaggio nella cultura culinaria venezuelana (peraltro uno dei pochi riferimenti autorevoli in città). Le arepas le trovate in una decina di modi diversi… a voi l’ardua scelta!
La seconda tappa è Cali Sabor in via San Secondo 5/D (se cercate un peruviano interessante qua affianco c’è La Estación). Mi raccomando non fatevi ingannare dall’estetica. L’abito non fa il monaco e una bella mis en place non fa per forza ottime arepas (diceva così il detto no?). Insomma, se cercate arepas colombiane fatte per bene, molto real diciamo, questo è il posto giusto (infatti ci trovate quasi solo sudamericani…).
