Sì cambiare, dolcemente cambiare… Parafrasiamo Battisti per parlare di urgenti questioni che riguardano Torino e la sua necessità di evolvere per continuare a esistere, preferibilmente in meglio.
Esistono decisioni che la nostra città continua a rimandare, una su tutte: la creazione e affermazione di una nuova classe dirigente cittadina. Infatti, anche se si sono affacciate a livello amministrativo nuove generazioni, il deep power della città rimane in mano alla generazione precedente. Non possiamo continuare a nominare ultraottantenni e a non avviare un programma di ricambio.
Attualmente in città si coltivano e si premiano cordate accademico-diplomatiche, senza accorgersi che il mondo del fare viaggia ad altre velocità. Vogliamo essere un polo innovativo e tecnologico, ma continuiamo ad affidarci a figure apicali ultrasettantenni: è un evidente cortocircuito.
Tutto ciò è il frutto di due vizi capitali della nostra città
Tutto ciò è il frutto, sostanzialmente, di due vizi capitali della nostra città: da una parte una consolidatissima ipocrisia su più fronti (quella di chi dice che bisogna far crescere Torino, ma mai come; quella di chi difende l’identità cittadina, affidandosi a studi milanesi per delinearla…); dall’altra parte, speculare, la politica sempre dell’Io e mai del Noi.
Viviamo una città, quindi, il più delle volte ipocrita e incapace di coinvolgere le realtà che la animano. Tradotto: chi ha le responsabilità non è in grado di metterle al servizio del tessuto economico come dovrebbe.
Alcuni esempi. Dovevamo diventare una città turistica, in parte lo siamo sicuramente diventati, ma con un turismo che è cresciuto del 100%, il PIL della città arranca.
Dovevamo diventare città universitaria (per studenti o per professori è ancora da capire…), certamente oggi un po’ lo siamo, ma i torinesi spesso vanno a studiare altrove, o peggio gli universitari si preparano qua e vanno a lavorare altrove.
Cosa deve cambiare quindi? Tantissime cose. Mi “accontenterei”, sotto Natale, di chiedere una città in cui la meritocrazia è perlomeno un tema e una visione strategica una prerogativa obbligata. Mi va bene valorizzare e scommettere sulle “nuove” economie, ma nel carrello metto anche di non dimenticarsi della manifattura.
Ottimo l’aerospazio, con i suoi ricercatori, ingegneri… ma coinvolgiamo anche la manodopera, perché l’integrazione passa soprattutto dal lavoro. Non esultiamo se Leonardo assume trenta risorse (ho più dipendenti io), ma ragioniamo su numeri veri, magari recuperando un senso di comunità latitante: solo con il valore dell’appartenenza possiamo tornare ad alimentare la partecipazione.
Sono i ceti popolari che non votano, e non lo fanno perché non vedono possibilità di miglioramento. O meglio, di quel cambiamento che stiamo provando a disegnare e che passa anche dalle cose che dobbiamo smettere di fare, tra cui piangerci addosso e rimpiangere un passato che non tornerà più.
Rimbocchiamoci le maniche: con strategia, visione, confronto, autocritica, realismo, senso comune. Non so se ci sta tutto nella letterina di quest’anno…
