Torino ha presentato un nuovo piano regolatore: un atto importante che merita attenzione e apprezzamento, sempre che non si limiti ad essere un elenco di affermazioni da “libro dei sogni”, ma diventi una realtà in grado di incidere sulle sorti della città. Certo, è di per sé un successo portare a termine cantieri aperti, ma non ci si può limitare a incensarsi per attività ordinarie.
La nuova via Roma, il Parco del Valentino, Torino Esposizioni, sono alcune delle iniziative su cui si lavora, ma esse si limitano a rifare il trucco a una città che rischia di sembrare una vecchia signora che cerca di nascondere gli anni dietro la chirurgia estetica. Le città, soprattutto nei momenti di crisi, hanno l’opportunità di porsi come organismi attivi, ma la differenza tra prosperare o meno, non sta tanto nel restauro dell’esistente, quanto nella creazione di occupazione. Uno dei passaggi chiave, per una città che punta a diventare un grande centro di conoscenza (una città “universitaria” come si usa dire), è pensare a cosa realizzare affinché gli studenti, una volta laureati, trovino a Torino possibilità soddisfacenti.
Da qualcosa di scritto occorre pur partire
L’alternativa è formarli e vederli partire per altre mete, come le statistiche ci stanno amaramente dimostrando. Ecco qualche idea, orribilmente pratica direte, con cui confrontarsi. Occorre farlo oggi: i tempi del mondo moderno non permettono di dilungarsi in sterili riflessioni, mentre invece la nostra città è sempre più in mano a una consorteria di accademici più abili nel dire che nel fare (o forse pensano a una città universitaria di professori piuttosto che per studenti…).
Attività nel breve periodo. Connessione università-imprese: career day frequenti e settoriali, non solo un grande evento annuale spesso autoreferenziale, ma più appuntamenti mirati (tecnologia, cultura, salute…); programmi di stage e tirocini incentivati: agevolazioni fiscali o contributi alle aziende che assumono tirocinanti. Supporto all’imprenditorialità giovanile: voucher per startup, con contributi a fondo perduto o prestiti agevolati per studenti che vogliono avviare imprese; acceleratori settoriali: programmi focalizzati (digital, biotech, cultura creativa…) che attirino capitali e mentor; politiche di attrattività immediata; eventi di networking: serate, contest di idee con studenti che incontrano imprese; matching digitale: piattaforme locali che facilitano l’incrocio domanda-offerta di lavoro studentesco e post-laurea.
Sul medio periodo. Laboratori condivisi pubblico-privati: per progetti di ricerca applicata con forte ricaduta occupazionale. Rafforzamento delle filiere locali: automotive, aerospazio, agroalimentare, editoria, ICT, creando sinergie tra PMI e università. Sgravi fiscali e agevolazioni per aziende che assumono laureati in città. Politiche abitative per giovani professionisti: housing a prezzi calmierati vicino a poli universitari e centri di innovazione. Partnership università-aziende globali per aprire sedi di ricerca e sviluppo in città. Programmi di scambio e rientro cervelli: attrarre stranieri, incentivare locals a rientrare dall’estero.
Esempi ce ne sono. Monaco di Baviera è un modello su come connettere università, imprese e incubatori. A Barcellona esistono veri e propri poli di innovazione creativa e digitale collegati all’università. A Milano stanno esplodendo gli investimenti per i data center.
La chiave è trasformare la città in un ecosistema che favorisca l’inserimento lavorativo, trattenendo i giovani laureati; attraverso una serie di strumenti come enunciato. Facile scriverlo, difficile a farsi. Eppure da qualcosa di scritto occorre pur partire per avere una direzione; o, come si usa dire, una vision, ammesso che interessi più che tappare le buche nelle strade.
