Il paradosso dell’uovo e della gallina è uno dei quesiti filosofici più celebri di cui siamo in possesso. Come molti altri spunti di riflessione arriva dall’Antica Grecia, già Aristotele lo usava per discutere del rapporto tra atto e potenza (ma questa è un’altra storia). Nonostante la scienza abbia dimostrato che fu l’uovo a nascere prima (un rettile/uccello, insomma una “quasi gallina”, lo depose prima della mutazione genetica in gallina vera e propria), resta utile l’idea di ragionare anche per paradossi.
I greci lo sapevano: chi se ne importa di chi è nato prima, basta che si discuta. Basta che ci si riunisca per riflettere insieme, creare, disegnare visioni che diano forma, prospettiva e futuro alle cose. Ecco, noi ormai siamo un po’ quelli che muoiono solamente dalla voglia di sapere se la risposta corretta sia uovo o gallina, mentre ci siamo scordati del dibattito costruttivo.
Ho partecipato a un evento interessante. Il fulcro dell’incontro era cercare di capire un paradosso contemporaneo: nasce prima la condivisione delle idee oppure nascono prima le visioni che poi verranno condivise? Una domanda che ogni amministrazione dovrebbe avere ben incorniciata in un quadro appeso in quelle stanze in cui si prendono decisioni; non tanto per premere il pulsante A o B, quanto per rimembrare l’importanza di condividere le idee e di costruire delle visioni adeguate a essere discusse e messe in pratica.
Una città, diciamo pure una Torino, che non è in grado di definire una visione di futuro, rinuncia ad appropriarsi del futuro stesso. Insomma, se società e istituzioni non si siedono a disegnare a tavolino cosa sarà di noi, come possiamo pensare che si realizzi l’auspicabile? Probabilmente qualcosa accadrà, è un fatto naturale, ma il caso non è uno strumento con il quale costruire il futuro delle città.
Torino deve essere chiara con sé stessa. Non può rinunciare di colpo a un DNA industriale sia ingombrante che tutt’ora rilevante, come non può pensare di avere cento vocazioni diverse e dedicare a ognuna una goccia di energia; giusto per non scontentare nessuno, ma nel frattempo suicidandosi con la coscienza pulita (bell’affare!). Torino deve scegliere con chiarezza la propria strada e gli asset strategici sui cui puntare (turismo, innovazione, università…), a partire da una visione netta e da idee condivise, non da speculazioni di circostanza e/o propaganda.
E poi servono i giovani: dobbiamo metterci in testa che disegnare il futuro significa lasciare spazio già oggi a chi quel futuro lo dovrà abitare. Insomma, a proposito della domanda che ha aperto il dibattito, potremmo dire: visioni e condivisione nascono, vivono ed evolvono insieme; meglio metterle in pratica e perdere meno tempo a capire chi sia nato prima. Tanto è l’uovo: ora che lo sapete, cos’è cambiato?
