Pensando a una certa idea di città, è prioritario cogliere quanto sia importante avere coscienza che la città di domani sarà la città dei trentenni di oggi.
Non sempre per le generazioni precedenti questo è un esercizio semplice; ma le potenzialità di una città si leggono nelle traiettorie dei giovani (tra chi rimane, parte o ritorna). Giovani con competenze, esperienze internazionali, idee nuove: un capitale umano che chiede contesti dinamici, sfide professionali, reti vive. Il lavoro non è più una meta statica, ma un percorso fluido, fatto di formazione continua, di mobilità, di relazioni tra mondi diversi. Il nodo non è più solo “quale lavoro” offrire, ma anche “che ambiente” costruire perché il talento resti, cresca e generi valore per tutti.
Serve, soprattutto, la volontà di scommettere su ciò che Torino ha già: un capitale umano di alto profilo, un sistema formativo eccellente, un patrimonio di idee e creatività che chiede solo di essere valorizzato e non continuamente mortificato. Non basta continuamente affermare di voler valorizzare i giovani quando allo stesso tempo si alimenta una classe dirigente gerontocratica e autoperpetuante.
Torino non deve inseguire modelli perduti
La vera leva oggi è la capacità di attrarre e accompagnare una costellazione di piccole e medie imprese innovative da un lato e attrarre player importanti, anche stranieri, dall’altro. Dall’aerospazio alle tecnologie digitali, dalla consulenza avanzata alla finanza hi-tech: Torino ha tutte le carte in regola per diventare un laboratorio urbano dell’innovazione. E, in parte, lo sta già facendo.
Il settore aerospaziale, ad esempio, rappresenta un caso emblematico: da produzione industriale a polo dell’economia dello spazio, fondato su ricerca applicata, manifattura avanzata e visione strategica.
Ma non basta la presenza di settori promettenti. Serve costruire un ecosistema fertile in cui queste imprese possano nascere, crescere, connettersi. Nessuna singola realtà creerà da sola decine di migliaia di posti di lavoro. Ma tante iniziative dinamiche, se sostenute da politiche lungimiranti, possono generare un tessuto economico vivo, resiliente, diffuso.
È qui che si gioca la partita: nella capacità della città di fare sistema. Di mettere in rete istituzioni, università, centri di ricerca, investitori, imprenditori. Di affiancare chi innova con regole chiare, tempi certi, amministrazioni capaci di accompagnare. Di credere in un modello economico che non delega a un unico attore, ma coinvolge tutti.
Torino non deve inseguire modelli perduti. Deve costruirne di nuovi. Con fiducia, con audacia, con metodo e ciò non può essere continuamente fatto da chi – se non ha fallito – certamente è avvezzo solo a paradigmi ormai superati.
Per tornare ad attrarre, a innovare, a trattenere i propri talenti. Non c’è alternativa: se vogliamo offrire ai giovani una prospettiva concreta, dobbiamo ripartire da un’idea condivisa di città. Una città governata allargando la partecipazione e non alimentando scelte individualistiche o di consorterie accademiche. Una città che crede nel valore della molteplicità, nella forza della connessione, nella centralità del lavoro come strumento di coesione sociale e, soprattutto, come motore di un futuro da far costruire a chi quel futuro lo vivrà.
