Un tempo la competizione si giocava tra Stati, poi tra regioni, province, macroaree. Oggi, sempre più spesso, si gioca tra città. È nelle città (in cui vive più della metà della popolazione mondiale) che si decidono le sorti dei territori e dei cittadini che le abitano: qui si concentrano le sfide cruciali del presente – innovazione, attrazione di investimenti, grandi eventi, formazione, flussi turistici, qualità della vita – e le opportunità per costruire il futuro.
Questa nuova geografia della competizione è forse meno visibile, ma certamente più concreta. Non la leggiamo sulle mappe, ma la tocchiamo ogni giorno nei cantieri, nelle scelte urbanistiche, nelle inaugurazioni di centri di ricerca, campus, ospedali, nei bandi per attrarre imprese e startup, nelle code davanti ai musei. Una città che si ferma, oggi, è una città che rischia di essere tagliata fuori e di negare occasioni di crescita per le giovani generazioni di residenti.
Diventare terreno fertile per chi ha un’idea
Torino, come tante altre città italiane, si trova a un bivio. Ha alle spalle una storia industriale di peso, ha un patrimonio architettonico di valore, un sistema universitario solido,
eppure fatica a tenere il passo con città che hanno saputo rinnovarsi più in fretta.
Il confronto è serrato: Milano, Bologna, Napoli, Genova, Firenze, ma anche città europee di media grandezza che investono con determinazione nella cultura, nella salute, nella tecnologia per dare opportunità ai propri giovani. Oggi una città “vince” se riesce ad attrarre competenze e persone. Se riesce a diventare terreno fertile per chi ha un’idea, un progetto, una visione. Se è capace di far dialogare pubblico e privato, innovazione e tradizione, bellezza e funzionalità.
La vera competizione non si fa solo a colpi di slogan e brand identity, ma di servizi, trasporti, qualità della scuola, tempi della burocrazia, vivibilità dei quartieri, livelli di manutenzione, decoro e pulizia.
Anche noi notai, che per mestiere siamo quotidianamente accanto alle famiglie, agli imprenditori, a chi acquista una casa o avvia una società, vediamo i segni di questa trasformazione e le aspettative dei cittadini e delle imprese. Vediamo giovani che si spostano dove è più facile avviare un’attività, famiglie che cercano città più vivibili, aziende che scelgono territori capaci di offrire competenze e semplificazione. E vediamo, purtroppo, anche ciò che rallenta questi processi attrattivi: l’incertezza normativa, la frammentazione delle responsabilità, le occasioni mancate, i livelli inadeguati di prospettiva. Il nostro ruolo, per quanto silenzioso e spesso invisibile, è certamente quello di testimoni e garanti di una città che cambia, ma potrebbe essere anche quello di sostenitori virtuosi di nuovi progetti e nuove sfide che possano supportare il futuro della nostra città.
Una città che vuole essere attrattiva deve anche essere chiara nelle regole, sicura nei percorsi, solida nei diritti. La certezza giuridica, che è il cuore del nostro lavoro, è parte integrante della competitività di un territorio.
Torino ha ancora tutte le carte in regola per giocare la sua partita: competenze, identità, risorse umane, creatività, senso delle istituzioni. Ma serve una spinta corale. Servono fiducia, visione, coraggio civico, collaborazione tra istituzioni, professioni, università, imprese e cittadini. Servono il coraggio di decidere e la volontà di includere le nuove generazioni, consapevoli che il futuro non può essere progettato e attuato da chi è cresciuto con formazione e paradigmi ormai obsoleti, e quindi non funzionali alla competizione fra città. Solo così le nostre città – e la nostra città – potranno tornare ad attrarre, innovare, crescere per offrire ai nostri ragazzi la prospettiva di un futuro lavorativo che non guardi necessariamente altrove.
