Il Rapporto Rota che, come ogni anno, fotografa la situazione di Torino, della sua economia e delle sue prospettive di sviluppo sociale, ci ha regalato un’impietosa realtà: Torino arriva da quindici anni di immobilismo e di stagnazione economica e sociale, e si affaccia a un decennio che sarà decisivo per il suo rilancio, o per il suo definitivo declino.
In questo scenario, che la politica cittadina sembra rifiutare, rimuovendo la realtà e rilanciando un refrain ormai logoro di centralità del turismo, della space economy e della città universitaria, ci sono invece attori che si mostrano più consci del fatto che il tempo stringe. O si prende in mano la situazione in modo costruttivo, coinvolgente, con progettualità, o Torino sarà destinata a un inesorabile declino.
Il presidente dell’Unione Industriali Marco Gay ha lanciato l’idea di un Patto per Torino, Luigi La Spina dalle colonne de La Stampa ha auspicato la ricostruzione di un rinnovato Sistema Torino.
In questo contesto, Torino Globale vuole essere l’occasione per lavorare insieme alla costruzione del futuro di una città in cui restare. Non basta dire che i residenti rimangono uguali o addirittura crescono un poco di numero; occorre andare più a fondo nell’analisi, per vedere che la fascia dai 35 ai 50 anni è ormai in via di estinzione e i giovani (nativi ovvero venuti qui per studiare) se ne vanno altrove.
Anche le proteste delle ultime settimane ci impongono di capire come i giovani possano essere coinvolti. Non basta dire che vanno ascoltati e che dobbiamo lavorare per assicurare loro una città, una società, un mondo migliori rispetto a quelli del passato. Occorre chiedersi quale sia il metro con cui giudicare se si realizza il miglioramento. Crediamo di essere in grado di interpretare le aspettative delle giovani generazioni, quando invece i paradigmi di giudizio e ragionamento sono spesso obsoleti e non condivisi dai ragazzi.
Siamo sicuri che ciò che appare migliore a noi, sia tale anche per i nostri figli? Io temo di no, per cui non possiamo limitarci ad ascoltare. Occorre coinvolgere nel processo decisionale e non lasciare sulla porta. Anche il Cardinale Repole, nell’omelia di San Giovanni, ha ricordato che i giovani non possono sempre essere lasciati in panchina, ma devono ricevere incarichi e ruoli decisionali.
Ebbene, sono questi i punti cardine dell’avventura di Torino Globale, che prova a diffondere un’idea di città in cui ci sia un vero dibattito, un’elaborazione progettuale con (e non solo per) i giovani, offrendo un luogo nel quale si possa insieme costruire una fase di rilancio del nostro territorio.
Se arriviamo da quindici anni di immobilismo, appare difficile che l’uscita dalle secche possa essere guidata da chi, proprio negli ultimi quindici anni, ha avuto la responsabilità della gestione; occorre invece offrire a chi ne ha voglia un luogo in cui sentirsi attore e non spettatore, protagonista e non comprimario, per mettersi in gioco a favore della Torino di domani, non solo sostenendo idee avanzate da altri, ma concorrendo all’elaborazione dell’idea della Torino del 2036.
La nave di Torino Globale è varata e avvia il suo percorso: chi vuole salire a bordo è il benvenuto.