Avere una certa idea di città equivale nella sostanza a chiedersi quale dovrebbe essere per ciascuno di noi la città ideale. Come vorremmo Torino?
Provo a dare una risposta su come vorrei io Torino, non intesa come città di strade e monumenti, bensì come insieme di persone che della città si interessano, costruendone e governandone il cambiamento.
Amo immaginare una città fatta di cittadini che non guardano al futuro fissando sempre lo specchietto retrovisore, che non rimpiangono malinconicamente un passato glorioso che non tornerà, ma che si impegnano per realizzare un futuro senza condizionamenti né sudditanze.
Amo immaginare una città nella quale non si mettono i soldi della comunità e delle associazioni di categoria nelle tasche di chi umilia la città e ne distrugge il futuro industriale, comprando un giornale che continua ad essere sotto scacco di chi ha venduto. Amo immaginare una città nella quale le Istituzioni hanno la schiena diritta e accolgono a braccia aperte le imprese cinesi che sono pronte ad aprire fabbriche da 10mila operai, invece di respingerle per continuare ad essere subalterni a un’azienda che promette, rassicura e sempre disattende gli impegni assunti.
Amo immaginare una città nella quale non si tengono decine di milioni di euro sui conti correnti della Finanziaria della Città, lasciando al contempo crollare il Palazzo del Lavoro. Amo immaginare una città nella quale la vocazione turistica convinca i gestori dei locali di piazza San Carlo a non chiudere il sabato sera alle ore 20.00, lasciando la piazza buia e desolata. Amo immaginare una rivolta delle nuove generazioni che, facendo sponda su quanto sostenuto dall’Arcivescovo nell’omelia di San Giovanni, non accettino silenti l’ennesima conferma di ottuagenari nelle posizioni di vertice della società cittadina.
Amo immaginare una città nella quale le Fondazioni bancarie non facciano troppi voli pindarici su nuove tecnologie e relazioni internazionali, ma agiscano sul territorio come un piccolo fondo sovrano che favorisca l’insediamento di nuove imprese. Amo immaginare una nuova classe dirigente che sia attenta agli ultimi, non solo distribuendo pasti caldi per lavarsi la coscienza, ma promuovendo nuove, costanti e organizzate politiche di inclusione e di contrasto ai crescenti disagi psichici. Amo pensare che l’attenzione verso le disastrose condizioni del carcere della nostra città non si esaurisca in una visita prenatalizia, ma porti a immaginare soluzioni innovative per costruire nuovi spazi che diano dignità a chi deve scontare la pena.
Poi mi sveglio, e mi accorgo che a Torino tutto questo per ora è solo un sogno, mentre la realtà è fatta di troppa inedia, troppa sudditanza ai poteri forti di sempre, e mi domando come fare per superare tutto questo. Torino Globale, che è nata lo scorso mese di giugno, ha l’ambizione di rendere realtà questi sogni, con il contributo di tutti coloro che non si arrendono al declino.