Il termine globale, sostanzialmente, indica qualcosa considerato nella sua interezza o che riguarda l’intero pianeta. Ci si sofferma sempre poco a ragionare sulle parole che usiamo con cadenza quotidiana, ma se le analizziamo in modo più profondo, ci raccontano parecchie cose, di noi e di loro stesse.
Utilizziamo la parola globale per parlare del pianeta e contemporaneamente come pseudo-sinonimo di onnicomprensivo. Salvo poi, quando ideiamo progetti ampi e complessi (che amiamo definire “globali”), pensare a tutto fuorché al pianeta. Buffo.
Mentre scrivo queste righe, accanto all’attività “ordinaria”, sto anche lavorando all’ambizioso evento del 9 giugno 2026, dal titolo Torino Globale, all’Unione Industriali. L’idea è quella di costruire non solo un convegno, ma un momento di confronto reale, in cui voci autorevoli provenienti da ambiti diversi contribuiscano a leggere Torino nella sua complessità. Una complessità che, nomen omen, deve essere affrontata con un approccio globale che non dimentichi nessuna delle necessarie sfumature della città. Un confronto per parlare di economia, società, socialità, politica, cultura, ambiente, generazioni, formazione… Parti dello stesso, intricato puzzle che è il futuro del nostro territorio, la cui composizione impone una “chiamata alle armi” che non può più attendere.
Per rispondere a queste complessità (oltre a competenze, buone voci, occasioni adeguate…) servono domande mirate e conseguenti risposte perlomeno accurate (se no che ce ne facciamo solo delle domande?). E Torino, che negli ultimi anni sta attraversando trasformazioni profonde post decadenza industriale, si trova davanti una domanda più ingombrante delle altre: quale direzione vuole prendere la città?
Mettersi in macchina senza una meta può anche essere molto divertente, ma se l’obiettivo è arrivare in un luogo preciso, non programmare il percorso da seguire può rilevarsi controproducente. Nessuno di noi lo farebbe mai. Eppure, quando si tratta di lavorare alla visione della Torino che vogliamo raggiungere, sembra ogni volta di cimentarsi in un’operazione ai limiti dell’utopia. Certo, non è facile come può sembrare, ma ciò che serve alla città in questo momento è soprattutto un salto evolutivo-concettuale che ci ricordi banalmente che sì, si può fare, e tanto più si può fare, quanto più si condividono le riflessioni e le elaborazioni dei progetti
Quando abbiamo immaginato il format di Torino Globale, abbiamo subito iniziato a lavorare per sottrazione: abbiamo quindi tolto i formalismi di circostanza, i personalismi ormai logori e spesso fini a sé stessi… cercando di lasciare al centro le idee, i progetti, le competenze, le nuove generazioni… Con l’ambizione di svegliarci il giorno dopo tutti pensando di aver realizzato insieme non solo una cosa bella, ma soprattutto utile alla città. A una Torino Globale (e sociale) che deve capire oggi cosa vuole fare da grande, non fermandosi al dirlo, ma provando seriamente anche a farlo davvero, finalmente.
