Avere una certa idea di città è un presupposto fondamentale per poter agire di conseguenza, con una visione organica dei problemi e a ragion veduta. In sintesi, con richiesta di comprensione per le inevitabili mancanze, fare politica in una città come Torino è tutt’altro che cosa banale e le difficoltà che si incontrano sono ampiamente giustificabili; ciò detto, occorre davvero una combinazione di competenze e qualità non facili da trovare tutte insieme. Ne immagino tre.
Coraggio e leadership: Torino ha una forte identità e un contesto politico complesso, quindi un’inevitabile conseguenza è quella di dover spesso prendere decisioni anche impopolari, ma senza mai temere il confronto, esercitando la leadership così da far accettare scelte a volte non gradite, ma avendo anche il coraggio di cambiare idea.
Visione strategica: la città ha vissuto una trasformazione post-industriale difficile, con la necessità di reinventarsi. Una visione di lungo periodo che sappia integrare innovazione, sostenibilità e sviluppo economico non è più una semplice linea di percorso teorico, ma deve essere calata nella realtà con una serie di azioni concrete.
Competenze internazionali: Torino è sede di istituzioni internazionali, poli tecnologici e aziende globali. La politica locale deve essere in grado di dialogare con interlocutori esteri, attrarre investimenti e collocare la città nel panorama europeo e mondiale.
Non sempre è facile che risorse umane con qualità importanti si impegnino a supporto delle amministrazioni e questo in qualche modo incide sui processi decisionali finali. Perché accade ciò, quando invece per i cittadini dovrebbe essere un’ambizione prestigiosa lavorare in ambito pubblico a certi livelli?
Questo si traduce in un sistema meno aperto di ciò che può apparire, in cui emergere è complicato
Al primo posto la scarsa meritocrazia, ormai dato evidente a tutti: la politica locale spesso premia la fedeltà acritica a partiti o gruppi di potere più che le reali competenze. Poi, una generica sfiducia e disillusione per un modello che ovviamente riguarda un po’ tutta la politica italiana: il contesto politico torinese, come molti altri, è spesso percepito come uno dei luoghi della macchina burocratica, che rende ogni cosa lenta e complessa, scoraggiando chi vorrebbe portare idee nuove. Infine, difficoltà di networking ben più ampie rispetto a quelle che si incontrano nel settore lavorativo privato: chi ha relazioni internazionali spesso non ha radicamento nel territorio o nel sistema politico locale e viceversa, e se ce l’ha non sempre è visto come un valore aggiunto.
Torino da un lato può vantare una forte tradizione politica, ma dall’altro manifeste, anche rigide, divisioni partitiche, e questo si traduce in un sistema meno aperto di ciò che può apparire, in cui emergere è complicato senza il supporto delle giuste alleanze. Chi possiede una visione innovativa e relazioni internazionali rischia di essere percepito come un outsider, faticando a trovare spazio.
Infine, guardando all’estero, il livello di coinvolgimento civico inteso come dibattito politico alto, è inferiore rispetto ad altre città europee. In metropoli come Berlino o Barcellona, attivismo e dibattito pubblico sono più vivaci e riescono a portare in politica figure nuove con idee forti.
A Torino, invece, molti preferiscono restare ai margini o dedicarsi al settore privato, decidendo (sbagliando) di lasciare la politica a chi è già inserito nei meccanismi tradizionali e arrendendosi all’atteggiamento respingente del ceto politico.
