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Sentenze bianconere

di Darwin Pastorin

Quei pranzi (bianconeri) dopo la partita della Juve

Torino, primavera 2018

C’era una volta un calcio fatto di vicinanza e non di lontananza. Quando ero ragazzino, potevo andare a casa dei giocatori: avevano il loro cognome sul campanello, ti invitavano a prendere una bibita, ti firmavano il quaderno degli autografi con una bella dedica. Ricordo la gentilezza di Tino Castano, libero della Juve campione d’Italia nel 1967, che mi ospitò (con il mio amico Giancarlo) nel salotto buono, vestito elegantemente, con la mamma al fianco. Da cronista, ho spesso condiviso pranzi e cene con calciatori e allenatori. Era un modo per conoscerci meglio, capire i nostri rispettivi mestieri, poter avere interviste esclusive senza il filtro dell’ufficio stampa o di un ingombrante manager. Potrei parlare di Maradona, Zico, Edinho, Leo Júnior… Ma questa è una rubrica in bianconero e, quindi, a dominare sono i giocatori della Juve. Ricordo i pranzi, soprattutto al ristorante Da Mauro, con Tardelli, Paolo Rossi, Marocchino, Claudio Gentile, Furino, Cabrini, con il libero e gentiluomo Gaetano Scirea, una delle persone più belle e pure che ho conosciuto nel variegato mondo del pallone. Era l’onestà fatta persona, un fuoriclasse dentro e fuori il prato verde.

Erano, quelle, occasioni propizie per confrontarci non soltanto sul calcio, ma sui nostri interessi, sui nostri sogni, sulle famiglie, sulla letteratura e quell’ultimo film, quel programma televisivo. Ho avuto la fortuna di stare a tavola con i miei due idoli da bambino e da ragazzino: José Altafini, centravanti del Palmeiras, la mia squadra del cuore quando vivevo a San Paolo del Brasile, e Pietro Anastasi, attaccante della mia Juve, il bomber dalla rovesciata proletaria. E non scorderò mai il pranzo con un campione- intellettuale, un pranzo consumato in una pizzeria dalle parti di Porta Palazzo: il portoghese Paulo Sousa, arrivato nella Juventus di Lippi nel 1994, per vincere tutto, o quasi. Avevamo diverse passioni in comune, soprattutto quella per Fernando Pessoa, scrittore e poeta che diede vita, grazie agli eteronimi, a ‘un baule pieno di gente’, al moltiplicarsi di narratori e narrazioni, tutti opera di una sola, straordinaria persona.

Quand’ero ragazzino, potevo andare a casa dei giocatori: avevano il loro cognome sul campanello, ti invitavano a prendere una bibita, ti firmavano il quaderno degli autografi con una bella dedica

Fu Antonio Tabucchi a far conoscere Pessoa in Italia. E quel giorno portai a Paulo due romanzi del mio amico Antonio: ‘Requiem’ e ‘La testa perduta di Damasceno Monteiro’. Sousa da piccolo non sognava di fare il giocatore, voleva diventare un maestro. Insegnare ai giovani la bellezza delle parole, della lettura, della matematica, della storia. Meditava di mettere su una casa editrice per ragazzi. Insomma: il pallone era fondamentale nella sua vita, ma esistevano altri orizzonti, altri mondi da esplorare, altre strade da percorrere. Gli narrai del mio amore infinito per il poeta crepuscolare Guido Gozzano (tifoso della Juve). Parlammo di Lisbona, del fado, della ‘rivoluzione dei garofani’, celebrò la bellezza discreta di Torino, città che gli sembrava uno scrigno, mi chiese di Superga e del Grande Torino. Passeggiammo, infine, per il mercato, il Balon, così colorato e sommerso dal frastuono dolce di dialetti e lingue.

Oggi un amico è Gigi Buffon. È stato mio compagno di viaggio quando ero direttore di La7 Sport nella trasmissione Le partite non finiscono mai, che conducevo, da Roma, con Cristina Fantoni. Il numero uno per antonomasia interveniva da Torino, dagli studi di Quartarete TV. Abbiamo sempre una cena in sospeso. Prima o poi…