News

  • 'Coco + Marilyn' di Douglas Kirkland al Palazzo Gromo Losa di Biella - Leggi tutto
  • 'CinemAutismo' in streaming con l'Associazione Museo Nazionale del Cinema - Leggi tutto
  • 'Io sono stata come lei' incontro online con il Circolo dei lettori - Leggi tutto
  • La videoproduzione ‘Green 2021’ online dalla Reggia di Venaria - Leggi tutto
  • 'Il Museo Egizio a casa tua', visitare online il Museo Egizio - Leggi tutto
  • La 'Carrozza del Re' ai Musei Reali - Leggi tutto

Sentenze bianconere

di Darwin Pastorin

Tifosi (bianconeri) da casa

Torino, primavera 2021

Ormai lo sappiamo: il calcio senza tifosi è assenza di emozioni, di calore e di colori. Ci restano le voci dei protagonisti dal campo, come un pettegolezzo infinito. La partita si è trasformata in un videogioco, per noi sostenitori da divano. La pandemia ci sta togliendo tanto, troppo: anche la meraviglia del pallone, gli spalti gremiti, quello stupore che sempre ci prende, come un retaggio giovanile, all’ingresso delle squadre sul prato verde: e noi siamo di nuovo lì, in curva Filadelfia, con la nostra bandiera e la nostra giovinezza, avvolti e travolti e stravolti da quel divenire, dai nomi scanditi, dal suono dei tamburi. Ci sovviene Vittorio Sereni con la sua ‘Domenica sportiva’, una sfida a San Siro tra la sua amata Inter e la Juventus di Mario Soldati: «Il verde è sommerso in neroazzurri. / Ma le zebre venute di Piemonte / sormontano riscosse a un hallalì / squillato dietro barriere di folla. / Ne fanno un reame bianconero. / La passione fiorisce fazzoletti / di colore sui petti delle donne». «Il campo era la quiete e l’avventura», poetava Maurizio Cucchi, altro interista: oggi siamo alla malinconia, alla disfida senza anima, al grigio dominante. Alla nostalgia: le mie domeniche allo stadio Comunale, con il mio amico fraterno Giancarlo, applaudendo una parata di Anzolin, un colpo di testa di Castano, una discesa sulla fascia di Leoncini, un dribbling di Favalli. Poi, arrivò Pietro Anastasi: il mio beniamino, il mio nuovo Sandokan, e furono stagioni lucenti di felicità e passione.

La pandemia ci sta togliendo tanto, troppo: anche la meraviglia del pallone, gli spalti gremiti, quello stupore che sempre ci prende, come un retaggio giovanile, all’ingresso delle squadre sul prato verde: e noi siamo di nuovo lì, in curva Filadelfia, con la nostra bandiera e la nostra giovinezza

Non ci resta che rileggere Pier Paolo Pasolini, che nel 1970 disse: «Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro. Il cinema non ha potuto sostituirlo. Il calcio sì. Perché il teatro è rapporto fra un pubblico in carne e ossa e personaggi in carne e ossa che agiscono sul palcoscenico. Mentre il cinema è un rapporto fra una platea in carne e ossa e uno schermo, delle ombre. Invece il calcio è di nuovo uno spettacolo in cui un mondo reale, di carne, quello degli spalti dello stadio, si misura con dei protagonisti reali, gli atleti in campo, che si muovono e si comportano secondo un rituale preciso. Perciò considero il calcio l’unico grande rito rimasto al nostro tempo». Sentiamo, forte, la ‘mancanza’ del pubblico. Siamo in attesa di tempi migliori, di una rinascita, del ritorno ai giorni normali, di gesti comuni, persino banali, ma così assolutamente nostri e vitali. Poter ammirare il formidabile Cristiano Ronaldo dal vivo e poi McKennie e Morata, Bonucci e Chiellini, il brasiliano Arthur, così preciso e così prezioso.

Il football dovrebbe anche recuperare il suo tempo romantico, di quando il ‘marketing’ non aveva ancora sostituito il ‘dribbling’, e si poteva giocare per strada, in cortile, in piazza. Ricordo la mia infanzia a San Paolo in Brasile, quella stretta stradina del quartiere Cambuci. Io, con i miei coetanei: mulatti, ebrei, musulmani, giapponesi. A inseguire quel pallone di plastica e di futuro, a capire subito, fin da bambini, la stupidità assurda e assoluta del razzismo. Così, ci prende la saudade. Dei cari campioni che non ci sono più. Dei versi di Umberto Saba dopo un gol: «La folla – unita ebbrezza – par trabocchi / nel campo. Intorno al vincitore stanno, / al suo collo si gettano i fratelli. / Pochi momenti come questo belli, / a quanti l’odio consuma e l’amore, / è dato, sotto il cielo, di vedere».

Dell’attesa del match allo stadio, ripassando la formazione, rileggendo l’articolo del quotidiano sportivo, consumando gli ultimi riti, il panino al salame. Ed ecco, nel lampo abbagliante, i giocatori arrivare. E tutto risplende di stupore e bellezza.


«Spazio ad altri sport, oltre al calcio»
Leggi il parere di Darwin Pastorin, maggio 2020
e le coverstory di Dybala e Ronaldo