
Visione a lungo termine, nuove vocazioni economiche, transizione urbana e urbanistica, giovani, radici e internazionalità: argomenti e strumenti utili a comprendere e allo stesso tempo affrontare il futuro. Temi cruciali e al contempo grandi sfide e importanti opportunità. Il futuro di Torino sarà positivo se sapremo far brillare il territorio di idee, entusiasmi, strategie e innovazione. C’è sicuramente tanto da lavorare e parecchio di cui discutere. Noi lo facciamo con Massimo Guerrini, figura ottima e di riferimento per parlare della Torino che verrà.
Guerrini, il suo ruolo di ieri e di oggi, fatto di incarichi e competenze, così legato al territorio nei suoi ruoli di imprenditore, manager e amministratore del territorio può consentirle di offrire ai lettori una visione economica e sociale complessa e completa; o come si direbbe oggi a 360°. Partiamo dalla vocazione storica della città, come polo economico, industriale e di grandi opportunità innovative, proprio cominciando dal suo incredibile know-how?
«Il distretto metropolitano ha la grande opportunità di gestire in modo innovativo la trasformazione industriale in atto e può farlo, anzi deve farlo, capitalizzando le immense competenze e know-how che possiede, e che ha sedimentato nel tempo. Esiste una città che ha fatto della cultura del lavoro e del lavoro fatto bene, la propria cifra caratteristica. È un’eredità che non può essere dimenticata. Per questo la città deve mettere alla prova la propria capacità di adattamento e di diversificazione economica verso forme di manifattura avanzata, perché ce l’ha nel DNA, di ieri e di domani».

Esiste una città che ha fatto della cultura del lavoro e del lavoro fatto bene, la propria cifra caratteristica
C’è quindi una base di competenze, di formazione, di conoscenze che può essere il punto di partenza per altro?
«Il distretto sta diventando un polo tecnologico e innovativo con delle potenti infrastrutture culturali, questo è un dato innegabile, e in molti ce lo riconoscono. È un processo già in atto, ma va detto e comunicato con forza e, come sta avvenendo, con il coinvolgimento di tutti gli stakeholder. C’è un forte investimento in settori come le tecnologie avanzate, la ricerca, l’innovazione e le startup, soprattutto nel campo dell’aerospazio, delle telecomunicazioni, dell’energia e dell’intelligenza artificiale. Tutto ciò nasce e continua a svilupparsi qui e non altrove perché qui c’è appunto il DNA adatto».
Se questo è un percorso, come lo descrive lei, a quale “tappa” siamo?
«Stiamo parlando di un fenomeno che non è certamente immediato, ma una transizione e, come tale, ha i suoi tempi. Però possiamo dire che il movimento è partito, anzi è in atto, e sta a noi decidere se guardare con rimpianto al passato, che peraltro non può tornare, o muoverci invece con ottimismo, fiducia e determinazione verso nuovi settori strategici. Dobbiamo con questa azione porre l’area metropolitana ad aspirare a diventare una capitale dell’innovazione tecnologica, con un sistema di startup in forte sviluppo, hub di innovazione, incubatori e acceleratori. È tutto possibile perché è già tutto in itinere, occorre schiacciare sull’acceleratore, per voler utilizzare una metafora da città dell’automotive…».

E della nostra tradizione industriale cosa resta?
«L’eredità industriale va conservata e valorizzata, non c’è dubbio, ma va anche indirizzata verso una riconversione economica. La grande scommessa consisterà proprio nella nostra capacità di valorizzare quella eredità industriale, dalla quale dipenderà gran parte del nostro futuro di città e di territorio più in generale».
E parlando da conoscitore di questa realtà da più punti di osservazione, come dicevamo in apertura, su cosa possiamo (o dobbiamo) puntare?
«Sicuramente esiste oggi un settore di cui non abbiamo sentito parlare per decenni a Torino, e di cui spesso tutt’ora ci dimentichiamo: ovvero il turismo. Il turismo, certo con un impatto occupazionale non paragonabile a quello industriale, può essere un motore di sviluppo; oggi la città è molto più conosciuta nel mondo per la sua storia, per la cultura e l’ospitalità. Torino, al contrario di un tempo, viene descritta come una città in cui si può vivere bene, per tante e varie motivazioni, e non è un fatto scontato per chi l’ha vissuta decadi fa. Non siamo più la città cupa di “Mimì Metallurgico” di Giancarlo Giannini e Mariangela Melato. I numeri lo dimostrano senza troppe possibilità di appello, ma non servono studi e statistiche per rendersene conto, basta una camminata in centro per comprendere quanto la città sia cambiata».
Questo mix di tecnologia e turismo può essere la chiave di interpretazione della città del futuro?
«Certamente. Torino con le sue nuove caratteristiche può competere sul piano della qualità della vita e la nostra area metropolitana offre, a opinione di tutti, una qualità davvero alta; peraltro a un costo accessibile se comparato con altre realtà metropolitane simili. Torino è una città inclusiva, accessibile, sostenibile, green. Molte città italiane stanno diventando inospitali, leggiamo spesso di aree desertificate, di periferie degradate, di centri cittadini invivibili; ecco Torino è nella posizione di intraprendere un percorso virtuoso che la porti ad essere un’area metropolitana dove è effettivamente possibile vivere bene».
Che fare dunque?
«Intanto non smettere di interrogarsi e confrontarsi. Poi chiaramente in questo senso diventa cruciale non interrompere l’attività di rigenerazione urbana che la città porta avanti da tempo. Non possiamo permettere che frenino tutte quelle iniziative volte a “recuperare” i territori, valorizzare i quartieri, combattere il degrado e migliorare le condizioni economiche della società. Attirando giovani, nuove energie e nuove idee, abbassando l’età media dei nostri cittadini, e moltiplicando entusiasmo e aspirazioni. Torino oggi rappresenta un terreno fertile in cui costruire e costruirsi, però dobbiamo avere la forza di crederci. Non si tratta di missioni impossibili, chiaro, servono una visione a lungo raggio e tanta voglia di realizzarla. Fortunatamente questo è un percorso da affrontare insieme nel quale tutti i soggetti coinvolti stanno facendo la loro parte».
(foto MARCO CARULLI e ARCHIVIO GUERRINI)

