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Alessandro Barbero

Quando la storia conquista la città

di Guido Barosio

Primavera 2020

ALESSANDRO BARBERO RENDE LE VICENDE SABAUDE APPASSIONANTI COME UN ROMANZO, CONTEMPORANEE COME UN BLOCKBUSTER. SCRITTORE AFFERMATO, LE SUE CONFERENZE REGISTRANO PRESENZE RECORD ED È UNA STAR DI YOUTUBE, CON OLTRE 200MILA VIEW PER LE LEZIONI ONLINE

La storia? Materia asettica per accademici e studenti nerd fuori moda. Il web? Il nuovo far west dell’informazione, il luogo dove tutti possono dire di tutto e ogni scienza si riduce a opinione. Due mondi incompatibili, dove il primo sembra irrimediabilmente sconfitto. Ma in realtà non è così, perché la riscossa della competenza parte da un professore torinese: 60 anni, aspetto mite e modi gentili, schivo, sorridente e piacevolmente sabaudo nell’approccio. Scrittore con 30 libri nel suo curriculum, storico, docente universitario, brillante conferenziere, Alessandro Barbero è anche uno youtuber con numeri impressionanti per le sue lezioni portate in rete, dove nessun accademico ha mai lontanamente ottenuto questi risultati. Qualche esempio: ‘Il mito dello ius primae noctis’ (60 minuti, 280mila view), ‘Il racconto della vita di Caterina da Siena’ (64 minuti, 276mila view) e una completa retrospettiva dell’Impero Ottomano (6 ore, 275mila view). Risultati da rapper per lezioni di lunghezza fuori dall’ordinario, che contaminano una piattaforma creata per divulgare messaggi in pillole. Ma c’è dell’altro: i video non li posta Barbero – che non ha profili social e non sponsorizza nulla – ma vengono veicolati da un agguerrito esercito di fan, che agisce in piena autonomia. Il segreto di tanto successo? Un approccio colto ma confidenziale, divulgativo ma rigoroso, una capacità formidabile di portarti dentro le vicende, che conquista, affascina, rende complici e prigionieri. Ma sempre entusiasti.

Torino è stata disegnata per celebrare un regno: grandi viali concepiti per le parate delle truppe, ampi spazi immaginati per lo spettacolo e le feste, palazzi reali e nobiliari come quinte teatrali

E poi un carisma da docente americano del tutto naturale: banditi i toni saccenti e l’ostentazione, vince a mani basse la competenza espressa in modo diretto e spontaneo. Si avverte immediatamente il talento istintivo, lui parla e tu ascolti. Semplice, provare per credere. Il nostro dialogo parte da Torino e dalla sua storia – che nelle mani di Barbero rivive come fosse appena trascorsa – per approdare alle prospettive di una città dove futuro e cambiamento sono sinonimi ricorrenti. Sullo sfondo la sua materia preferita, la chiave d’accesso per comprendere vicende e protagonisti di ieri come di oggi.

Più che in altri luoghi, a Torino la storia è un bene condiviso. Qual è la causa di questa passione?

«Penso che tutto abbia origine con quella grande operazione di riscrittura della storia nazionale orchestrata da Casa Savoia. Nei secoli si è sviluppata una grande narrazione che ha attribuito a questa famiglia un ruolo di guida direi persino inesorabile. I Savoia erano predestinati a governare l’Italia e si comportavano come tali. Anche le arti hanno svolto un ruolo fondamentale: i monumenti in giro per la città, i pittori di corte e le loro opere, i tanti libri di Gramegna con ambientazione storica. Proprio Gramegna è stato uno scrittore amatissimo, nei suoi romanzi si intrecciano le vicende di sovrani e condottieri con quelle di figure popolari, in un continuo rimando tra piani diversi della società. Nelle biblioteche delle famiglie torinesi Gramegna è sempre stato un autore imprescindibile».

Durante l’intervista

Ma se la storia si può ‘riscrivere’, possiamo affermare che può essere modificata o manipolata?

«La storia è un immenso contenitore, ricco di elementi e di vicende. Possono essere tutte corrette o verificabili, ma si può anche scegliere quello che fa gioco. A Torino, che è sempre stata capitale di qualche cosa, questo ha portato a un’interpretazione precisa e a un disegno perseguito nel tempo con obiettivi ben definiti».

Oltre alle vicende sabaude, quale altra pagina di storia torinese meriterebbe di essere valorizzata?

«Senza dubbio il periodo della città romana. In quell’epoca Augusta Taurinorum era un centro importantissimo, dal punto di vista militare ma anche economico e civile. Venne progettata ex novo, rispettando il format di tutte le città romane, nate per assomigliarsi. Ma Torino era anche grande, importante, di gran lunga la maggiore entità nel suo territorio. E poi era una città ricca, più ricca che popolosa, perché all’epoca contava la qualità dei residenti, la quantità era un dettaglio».

Alessandro Barbero con Gabriele D’Annunzio a Gardone Riviera

Torino cresce nei secoli come capitale, ma oggi patisce terribilmente Milano, più grande e più ricca. La storia come spiega questa rivalità?

«Il filosofo Massimo Cacciari dice che Milano e Torino non si capiscono e si detestano. In effetti le differenze, storiche ma anche estetiche, sono fortissime, nonostante la vicinanza geografica. Torino, destinata a essere capitale, è stata disegnata per celebrare un regno: grandi viali concepiti per le parate delle truppe, ampi spazi immaginati per lo spettacolo e le feste, palazzi reali e nobiliari come quinte teatrali. Milano, invece, è diventata ricca a prescindere, non ha nulla di scenografico, e i suoi spazi più eleganti sono sovente celati da facciate anonime, fatte quasi per nascondere. Poi ci sono differenze psicologiche, accentuate dal fatto che Torino patisce quando viene meno il suo ruolo di guida: avvenne nel 1865 e accade ora, dopo il tramonto della civiltà dell’auto. L’ultimo sussulto di orgoglio furono le Olimpiadi, perché anche in quell’occasione c’era un vessillo dietro il quale mettersi in marcia. La storia ci racconta tante cose su questa attitudine, ed è sufficiente ricordare che, dal Quattrocento all’Ottocento, Torino continuò a crescere senza sosta, arricchendosi e abbellendosi anno dopo anno. Furono i secoli dorati della dinastia sabauda».

Torino e Milano sono destinate a storie separate o il futuro le avvicinerà sempre di più?

«Non credo a coloro che pensano a un’unica grande città che unisca Torino e Milano. Ci sono economie ed esigenze diverse, non vedo come sia possibile una sintesi. Certo, servono collegamenti migliori e meno costosi, ma le identità vanno rispettate e custodite».

Oggi il rischio è quello di una depressione metropolitana. Come si vince?

«Innanzitutto occorre sfatare alcuni luoghi comuni, come quello riferito alle dimensioni. Torino non è affatto piccola, con la sua area metropolitana supera il milione di abitanti e in Europa non sono poi così tante le città più grandi. Poi anche il mugugno, la scontentezza vanno valutati in prospettiva. L’essere umano, per sua natura, è sempre scontento. Attualmente è in atto una delegittimazione dell’establishment, e ogni occasione sembra buona per sottolineare che ‘quelli di prima’ avrebbero fatto meglio. Certo la crisi è oggettiva, sicuramente complessa, resa ancora più forte dalle conseguenze dell’emergenza sanitaria, ma occorre pensare che gli auspicabili cambiamenti non sempre sono ben accolti da tutti. Il turismo, ad esempio, non piace universalmente, nelle città d’arte incontra forti resistenze. Per i fenomeni legati alla vivacità notturna il problema è il medesimo, molti residenti la contrastano. Ma queste resistenze sono anche generazionali: i giovani accettano con entusiasmo il cambiamento, gli anziani invece no».

Su cosa può puntare Torino? Quali sono i suoi punti di forza?

«Lo slogan vincente potrebbe essere: una città più bella dove è molto divertente vivere. È in quella direzione che bisogna andare, ma serve anche una maggiore disponibilità alla spesa. A Torino non è che manchi il lavoro, il problema è che il lavoro non è ben pagato. I nostri punti di forza sono sotto gli occhi di tutti: abbiamo un fascino parigino unico in Italia, il cambiamento climatico ci regala inverni miti che fanno venir voglia di uscire, in gran parte del centro abbiamo locali vivaci e déhors. Si parte da Vanchiglia per attraversare il Quadrilatero e arrivare a San Salvario, un patrimonio di loisir che la maggior parte delle città non hanno».

Con che filosofia si deve intervenire per migliorare la città?

«Occorre valutare sempre bene il rapporto tra costi e benefici. Io preferisco tanti piccoli interventi mirati sul territorio che una sola, grande operazione di facciata. E sono anche per le cifre contro il fideismo».

A proposito di grandi opere, qual è la sua opinione sulla TAV?

«Sono stato e sono sempre contrario. Non sono avverso alle grandi opere in generale, ma bisogna fare solo quelle che servono per davvero. Sulla TAV mi sono informato, e trovo che i pareri contrari siano ben documentati, mentre coloro che sono favorevoli portano solo argomentazioni fatte di ipotesi e speranze».

L’Alessandro Barbero scrittore a che cosa sta lavorando?

«Sto lavorando a una vita di Dante Alighieri che uscirà nel 2021 per il suo anniversario, per il suo anniversario. Ma sarà un libro di storia e non di letteratura, scriverò dell’uomo, del suo tempo, delle vicende storiche e personali che lo hanno coinvolto. La mia attività letteraria ha sempre seguito due filoni: quello scientifico, accademico, dove si esplorano, indagando fonti originali, momenti circoscritti e particolari. E poi c’è la pista divulgativa, dove l’obiettivo è coinvolgere un pubblico più ampio, raccontando in modo accattivante e coinvolgente i fatti e i protagonisti di un’epoca».

E i romanzi?

«Il romanzo è un genere che mi ha sedotto per poi abbandonarmi. A soli 36 anni ho vinto il Premio Strega, ma dopo il successo non si è più ripetuto e ho seguito altre rotte. Oggi mi piacerebbe cimentarmi nuovamente in un’opera di completa fantasia, ma non legata a epoche lontane: vorrei scrivere il mio primo romanzo contemporaneo e sto già raccogliendo le idee».

Lei ha dimostrato che la storia può coinvolgere ed entusiasmare grandi platee. Si è dato una spiegazione?

«La storia è la cosa più divertente che ci sia. Non è una fuga nel passato, quanto piuttosto un gusto irrinunciabile per l’avventura e le vicende umane. Per quelli della mia generazione è anche un ritorno all’infanzia, quando si celebravano grandi battaglie con eserciti di soldatini. Ripercorrendo la storia ci si confronta coi protagonisti, con le loro imprese, ma si riflette anche sulla gente comune, sulla vita e sugli amori dei nostri predecessori. La storia piace nei libri e nei film, è un successo trasversale che coinvolge ogni generazione. Sovente mi dicono: sono un medico, oppure un notaio, ma adoro la storia».

Le sue conferenze sono affollate come spettacoli mainstream, le sue lezioni portate in rete la collocano tra gli youtuber. Come mai tanto gradimento?

«La formula del successo è scegliere bene i temi da proporre, poi occorre preparare altrettanto bene gli interventi, curare la documentazione. Io lavoro settimane prima di una conferenza: tutto appare naturale e sono disinvolto, ma dietro serve tanta attenzione. Per questo vengo premiato da risultati significativi: il mio ciclo di lezioni di storia al Festival della Mente di Sarzana registra ogni volta il tutto esaurito, alla Sala Sinopoli dell’Auditorium Renzo Piano di Roma mi hanno ascoltato in 1200, pagando un biglietto di 15 euro. Per una conferenza sono numeri assolutamente rilevanti. Il fenomeno YouTube, invece, è totalmente spontaneo: i filmati li preparano e li organizzano i miei fruitori in completa autonomia. Io credo nello spirito libero della rete e sono contro ogni forma di censura. Sono convinto che il mezzo vada rispettato, compreso e assecondato. I risultati mi danno ragione».

(Foto di foto DANIELA FORESTO e ARCHIVIO ALESSANDRO BARBERO)